UE vs USA: quando la regolazione digitale diventa campo di battaglia per la libertà di parola
Quando apri il tuo social o invii un messaggio, pensi: “chi decide se lo vedrò davvero?”
Diamo per scontata la libertà di parola online.
Ma leggi, regolamenti e pressioni politiche stanno riscrivendo i confini di ciò che possiamo leggere o dire.
Negli Stati Uniti, la FTC (Federal Trade Commission) ha inviato lettere a grandi piattaforme, chiedendo di non indebolire la sicurezza o censurare utenti USA per soddisfare regole straniere, come il Digital Services Act (DSA) dell’Unione Europea.
Questo dibattito non è teorico: riguarda la sicurezza, la privacy, la regolazione globale e il confine tra moderazione e censura.
Cosa prevede il DSA e dove nasce la tensione
Il Digital Services Act (DSA) dell’UE è un regolamento che introduce per le grandi piattaforme digitali obblighi molto più stringenti rispetto al passato.
Significa dover valutare e mitigare i rischi sistemici come disinformazione e tutela dei minori, essere più trasparenti sugli algoritmi e sulle politiche di moderazione, rendere pubblici dati e archivi pubblicitari, e offrire agli utenti procedure chiare per contestare la rimozione di contenuti.
In sostanza, l’Europa chiede alle piattaforme di assumersi un ruolo di responsabilità nella cura dell’ecosistema informativo.
Non più semplici “tubi” neutri di contenuti, ma attori che devono bilanciare libertà e sicurezza.
Dal lato USA, però, questa impostazione genera diffidenza: adeguarsi al DSA potrebbe significare alterare il modo in cui le piattaforme trattano i contenuti anche per gli utenti americani.
E qui entra in gioco il Primo Emendamento, linea rossa culturale e giuridica della tradizione statunitense.
Le mosse dell’FTC: lettere e principi legali
Il 21 agosto 2025 la FTC (Federal Trade Commission) ha scritto a più di una dozzina di colossi tecnologici — tra cui Meta, Apple, Amazon, Google, Microsoft, ma anche realtà come Discord, Slack, Reddit e Signal.
Nelle lettere ha ricordato alle aziende i loro doveri verso i consumatori americani: non possono abbassare il livello di sicurezza, né ridurre la cifratura promessa, solo perché qualche governo straniero lo chiede.
Un simile comportamento rischierebbe infatti di configurarsi come una pratica ingannevole. Allo stesso modo, oscurare o limitare contenuti per compiacere regole estere potrebbe essere considerato una pratica sleale.
Il segnale è chiaro: le regole di altri Paesi non devono automaticamente ripercuotersi sugli utenti americani, soprattutto se vanno a intaccare diritti costituzionali.
È un avvertimento giuridico, ma anche politico.

Il contesto giurisprudenziale recente
Per capire il terreno su cui si muove questo scontro, occorre guardare alle pronunce della Corte Suprema.
Moody v. NetChoice / NetChoice v. Paxton (2024): la Corte ha annullato e rinviato i casi sulle leggi di Florida e Texas, che volevano limitare la moderazione dei contenuti da parte delle piattaforme.
Non si è espressa nel merito, ma ha chiesto ai tribunali federali inferiori di analizzare ogni disposizione alla luce del Primo Emendamento.
Un punto, però, è stato chiarito: la selezione e la gestione dei contenuti — ranking, rimozione, promozione — rappresentano in larga misura espressione editoriale e quindi meritano protezione costituzionale.
Definire le piattaforme come “common carrier” non basta per eludere questo principio.
Murthy v. Missouri (2024): qui la questione riguardava le pressioni informali del governo federale su piattaforme come Facebook, per rimuovere post legati a vaccini e Covid-19.
La Corte ha riconosciuto che si trattava di un terreno scivoloso, ma ha deciso di non entrare nel merito: i ricorrenti non avevano la legittimazione necessaria.
Ha quindi annullato l’ingiunzione che limitava le interazioni tra governo e piattaforme e rimandato il caso ai tribunali inferiori.
La conseguenza è un verdetto prudente: nessuna condanna esplicita di censura, ma un dibattito aperto sul confine tra cooperazione istituzionale e violazione della libertà di parola.
In entrambi i casi emerge un messaggio forte: la libertà di espressione online è intrecciata a scelte editoriali delle piattaforme, e qualsiasi interferenza normativa deve essere vagliata con attenzione.
Evoluzioni recenti: il conflitto entra nel vivo
Il Congresso americano non è rimasto a guardare.
Già nel luglio 2025 la House Judiciary Committee aveva pubblicato un comunicato dal titolo eloquente: “Foreign Censorship Threat: How the European Union’s Digital Services Act Compels American Companies to Censor Speech”.
L’accusa era netta: il DSA rischia di esportare in USA un modello di censura.
Questo documento ha preparato il terreno, rafforzando la linea dura poi ribadita dall’FTC.
Intanto, il braccio di ferro continua su più fronti.
Da un lato le lettere dell’FTC — al momento senza sanzioni ma con avvertimenti molto chiari.
Dall’altro, le legislazioni statali: Florida, Texas e altri stati spingono per limitare il potere delle piattaforme di rimuovere contenuti, imponendo neutralità rispetto ai punti di vista.
A complicare lo scenario, si aggiungono le leggi sulla tutela dei minori, con richieste di verifica dell’età e impostazioni di default più restrittive.
L’Europa, dal canto suo, respinge ogni accusa di censura: il DSA — sostiene Bruxelles — non vuole imporre cosa pensare, ma ridurre i danni sistemici al dibattito pubblico, garantendo trasparenza e protezione dei cittadini.

Implicazioni pratiche, etiche e per gli utenti
Per le piattaforme digitali il messaggio è inequivocabile: non esiste più una policy unica per tutto il mondo.
Le aziende dovranno differenziare le loro regole tra Europa e Stati Uniti, documentare accuratamente le scelte fatte e mantenere coerenza con le promesse commerciali, specie in materia di sicurezza e privacy.
Gli utenti, di conseguenza, vivranno esperienze diverse a seconda del Paese.
Un contenuto potrà essere visibile in Europa ma non in USA, o viceversa.
Le stesse funzioni di una piattaforma potrebbero variare da una regione all’altra.
È facile immaginare la confusione: quale legge si applica al tuo profilo?
E, soprattutto, quanto resta intatta la tua libertà di parola?
Sul piano etico, resta il nodo più difficile: fino a che punto è legittimo limitare il dibattito pubblico per proteggere i cittadini da disinformazione e manipolazione?
E quanto può una normativa nazionale — o continentale — pretendere di valere su un’infrastruttura che, per sua natura, è globale?
Lo scontro tra DSA e normativa USA non è un semplice conflitto giuridico: è uno specchio di come concepiamo la libertà digitale.
È un bivio culturale, dove dobbiamo scegliere se considerarla un diritto adattabile alle giurisdizioni o uno spazio inviolabile da difendere sempre.
Ma non è solo una disputa tra Bruxelles e Washington: si inserisce in un quadro geopolitico più ampio, dove anche Cina, India e altre potenze stanno elaborando i propri modelli di controllo e regolazione del digitale.
In gioco non c’è solo il diritto, ma anche la competizione per stabilire chi detta gli standard globali di potere e valori.
Le norme sono necessarie, ma non bastano.
Serve consapevolezza critica: chiedere, verificare, pretendere trasparenza.
La libertà digitale non nasce dall’assenza di limiti, ma dalla coscienza di chi li impone e dal coraggio di metterli in discussione, interrogarli e verificarne la legittimità.
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Autore: Avv. Stefano Nardini
Avvocato, esperto in diritto delle nuove tecnologie, privacy e sicurezza informatica. Opera da oltre 20 anni nella consulenza per imprese, professionisti ed enti pubblici su GDPR, compliance e innovazione digitale. Data Protection Officer e Privacy Officer certificato.
Si occupa inoltre di diritto civile e penale, con esperienza in contenzioso, contrattualistica, responsabilità civile, reati connessi all’ambito digitale (cybercrime, trattamento illecito dei dati) e difesa penale tradizionale.
Lavora sul fronte della prevenzione e della gestione pratica dei rischi, unendo competenza tecnica e attenzione ai principi di giustizia ed etica.
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L’autore ha impiegato strumenti di intelligenza artificiale come supporto redazionale, curando personalmente la selezione, l’organizzazione e la verifica rigorosa dei contenuti.
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