Oltre l’automatismo: il diritto, la tecnologia e lo spazio della coscienza.
Quest’anno ho risposto a centinaia di domande su intelligenza artificiale, privacy, normative digitali.
Domande tecniche, quasi sempre, ma sotto c’era altro: il dubbio su cosa delegare, su dove tracciare un confine, su come non perdere qualcosa di essenziale mentre tutto accelera.
La vera difficoltà, l’ho capito, non sta nel fare, sta nello scegliere e la scelta richiede qualcosa che nessuna tecnologia può offrire: spazio e tempo interiore.
Quello che non si comprime, che non si automatizza, che o si vive o si perde.
L’illusione della velocità
La tecnologia accelera tutto, processi, comunicazioni, decisioni.
Questo, in apparenza, dovrebbe essere liberante, eppure mai come oggi la sensazione diffusa è di affanno, non di libertà.
È il paradosso moderno, risparmiamo ore preziose grazie all’automazione, per poi “reinvestirle” prontamente nello scroll compulsivo di video di gattini o ricette che non cucineremo mai.
Perché la velocità funziona sulle operazioni, non sulla comprensione.
Puoi fare mille cose in un giorno, ma capirne il senso richiede un ritmo diverso, più lento, più silenzioso.
Il punto non è demonizzare l’innovazione, il punto è riconoscere che la tecnologia non crea i problemi fondamentali del nostro tempo, li amplifica.
Amplifica le intenzioni, se c’è attenzione, la rende più potente, se c’è superficialità, la moltiplica.
Amplifica le abitudini, se c’è ordine, lo rende sistemico, se c’è disordine, lo trasforma in caos.
Amplifica le fragilità, sia quelle individuali che quelle collettive, soprattutto quelle che preferiremmo non vedere.
Per questo non è corretto definire la tecnologia come neutra.
Ogni tecnologia porta con sé una visione del mondo, anche quando non la dichiara.
D’altro canto questa non è nemmeno il nemico, è uno strumento che entra nella vita concreta, nel lavoro, nelle relazioni, nelle scelte quotidiane, spesso senza che ce ne accorgiamo davvero.
Non arriva con un annuncio, ma con una comodità, non chiede di essere compresa, ma solo utilizzata.
Il ruolo del diritto tra innovazione e protezione
Ed è qui che entra in gioco il diritto, non come burocrazia, non come ostacolo ideologico al progresso, ma come strumento di equilibrio.
Il diritto diventa necessario quando l’innovazione supera la capacità di comprensione collettiva, quando le conseguenze non sono più immediatamente visibili, ma si manifestano nel tempo, su altre persone, in contesti che non avevamo previsto.
Il problema è che il diritto, quasi sempre, arriva tardi, regola a posteriori, quando il danno è già fatto o l’abitudine è già consolidata e quando arriva, spesso regola in modo parziale, incompleto, cercando di adattare categorie vecchie a fenomeni nuovi.
Non per incapacità, ma perché la velocità del cambiamento tecnologico supera strutturalmente i tempi della deliberazione collettiva.
Questo ritardo non è un difetto occasionale, è una caratteristica del sistema.
Il che significa una cosa sola: non possiamo aspettare che il diritto ci dica cosa fare, non possiamo delegare a una norma futura la responsabilità di scelte che prendiamo oggi.
La funzione del diritto, quando arriva, non è difendere l’innovazione in astratto né bloccarla per principio, è proteggere le relazioni umane che quella tecnologia ha già attraversato.
È ricordare che dietro ogni processo ci sono persone, e che la responsabilità non può essere delegata a un sistema.
Il diritto, quando funziona, non rallenta il futuro: cerca di renderlo abitabile, ma lo fa sempre inseguendo, mai anticipando.
La coscienza come ultimo baluardo non delegabile
Ed è proprio per questo che la coscienza diventa l’elemento decisivo.
C’è qualcosa , infatti, che il diritto non può normare, che nessuna tecnologia può automatizzare, che non si può esternalizzare o delegare ed è proprio la coscienza.
Possiamo delegare funzioni, calcoli, perfino valutazioni complesse, non possiamo delegare le scelte interiori, quelle che ci definiscono, che ci orientano, che danno peso alle nostre azioni.
La coscienza non è un concetto astratto, è presenza, è la capacità di fermarsi un istante prima di agire, di chiedersi non solo se qualcosa è possibile, ma se è opportuno, se serve davvero, se lascia intatto ciò che conta.
Senza coscienza, anche gli strumenti migliori diventano rumore.
Senza una misura interiore, l’efficienza si trasforma in automatismo e l’automatismo, quando riguarda la vita delle persone, non è mai neutro.
Su questo, il pensiero di Federico Faggin – fisico, inventore, ma anche ricercatore sulla natura della coscienza – merita attenzione.
La sua tesi è radicale: la coscienza non è un prodotto dell’informazione, ma è l’informazione che deriva dalla coscienza.
Se ha ragione, stiamo costruendo un mondo tecnologico che inverte la direzione naturale delle cose e questo spiega, forse, la sensazione di spaesamento che molti provano.
Non è luddismo, non è nostalgia, è il presentimento che qualcosa di essenziale rischia di perdersi.
Vale la pena leggere i suoi libri, Non per trovare risposte definitive, ma per recuperare una domanda che la velocità ci ha fatto dimenticare: cosa significa essere consapevoli, in un tempo che premia l’automatismo?
Forse la vera domanda, allora, non è cosa potremo fare domani grazie alla tecnologia, ma chi saremo mentre la useremo.
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Autore: Avv. Stefano Nardini
Avvocato, esperto in diritto delle nuove tecnologie, privacy e sicurezza informatica. Opera da oltre 20 anni nella consulenza per imprese, professionisti ed enti pubblici su GDPR, compliance e innovazione digitale. Data Protection Officer e Privacy Officer certificato.
Si occupa inoltre di diritto civile e penale, con esperienza in contenzioso, contrattualistica, responsabilità civile, reati connessi all’ambito digitale (cybercrime, trattamento illecito dei dati) e difesa penale tradizionale.
Lavora sul fronte della prevenzione e della gestione pratica dei rischi, unendo competenza tecnica e attenzione ai principi di giustizia ed etica.
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L’autore ha impiegato strumenti di intelligenza artificiale come supporto redazionale, curando personalmente la selezione, l’organizzazione e la verifica rigorosa dei contenuti.
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