Oltre il denaro: il diritto e la fiducia in una società che cambia
Immaginare una società senza moneta sembra, a prima vista, un esercizio di fantasia. Eppure è un modo per interrogarsi su ciò che davvero regge le relazioni umane, economiche e giuridiche.
Pensiamo a quanto diamo per scontato il gesto quotidiano di pagare un caffè, di usare una carta o un’app: dietro quei gesti si nasconde un sistema di fiducia condiviso, spesso invisibile.
Perché dietro ogni scambio, ogni contratto, ogni obbligazione, non c’è soltanto un valore economico: c’è un atto di fiducia.
Nel video qui sotto ho provato a raccontare come potrebbe funzionare una società senza moneta: non come utopia o ritorno al baratto, ma come riflessione sul significato del valore e sul ruolo del diritto in un mondo dove la misura tradizionale – il denaro – non è più al centro di tutto.
Il denaro come misura del diritto
Nel diritto moderno il denaro è più di un semplice strumento di scambio: è la misura di ogni obbligazione.
Il codice civile italiano lo sancisce chiaramente: le obbligazioni pecuniarie devono essere adempiute in moneta avente corso legale (art. 1277 c.c.).
Questa norma, apparentemente neutra, racchiude una visione del mondo. Presuppone che ogni valore possa essere convertito in una quantità misurabile, e che la moneta rappresenti un linguaggio universale capace di tradurre qualunque prestazione, bene o servizio.
Ma questa norma nasconde anche un paradosso che emerge ogni giorno nelle aule di tribunale.
Pensiamo ai casi di risarcimento per danno morale: come si traduce in denaro la perdita di un figlio, la fine di un legame affettivo, la sofferenza per una diffamazione che ha distrutto una reputazione?
Il giudice applica parametri equitativi, consulta le tabelle, cerca precedenti, ma resta un paradosso insanabile: ridurre a cifre ciò che per natura non ha prezzo.
Eppure il sistema lo esige, perché senza una misura comune non può esserci giustizia amministrabile.
Diciamolo chiaramente: il diritto ha bisogno della moneta non perché tutto sia monetizzabile, ma perché senza un’unità di misura condivisa non saprebbe come risolvere i conflitti.
È una scelta pragmatica, non filosofica, ma è una scelta che comporta conseguenze.
Il diritto – come la società – non è statico, se la moneta è stata storicamente la garanzia di fiducia tra soggetti che non si conoscono, oggi quella stessa fiducia è mediata da codici digitali, algoritmi e reti distribuite.

Quando la moneta diventa controllo
L’era della moneta digitale ha trasformato radicalmente il significato di pagamento.
Ogni transazione è tracciata, registrata, archiviata.
Ciò che un tempo era un atto di libertà – scegliere come, quando e con chi scambiare valore – diventa progressivamente un atto sorvegliato.
Le valute digitali di banca centrale (CBDC) in Italia e in Europa promettono efficienza, sicurezza, trasparenza, ma insieme a questi benefici si affaccia un rischio concreto, non teorico.
Ogni acquisto che fai lascia una traccia permanente e consultabile: il libro che compri, il caffè al bar, la donazione a un’associazione, l’abbonamento a una rivista, persino il farmaco in farmacia.
Chi decide quali tracce sono lecite e quali sospette?
Chi garantisce che non vengano usate domani per profilarti, escluderti da un servizio, condizionare le tue scelte?
Non è paranoia, è già realtà in alcuni sistemi di credito sociale e anche dove non è ancora norma, è tecnicamente possibile.
Un sistema monetario perfettamente tracciabile consente, di fatto, di limitare o orientare i comportamenti.
Non è solo una questione di privacy e libertà finanziaria: è una questione di libertà giuridica.
Il denaro è sempre stato anche uno spazio di scelta e togliere l’anonimato all’economia significa ridefinire il confine tra cittadino e sistema.
Mi rendo conto che può sembrare eccessivo collegare una tecnologia di pagamento alla libertà personale ma basta guardare alla storia: ogni strumento di misura e controllo – dal catasto alle carte d’identità – è nato con finalità amministrative legittime, e poi è diventato anche strumento di potere.
La moneta digitale non sfugge a questa dinamica.
Esperimenti di società senza denaro: non solo teoria
Eppure, quando parliamo di società senza moneta, non stiamo immaginando qualcosa di completamente inedito, esistono esperimenti concreti, piccoli laboratori di vita che da decenni provano a funzionare senza denaro come misura centrale degli scambi.
Auroville, in India, è forse l’esempio più noto.
Fondata nel 1968 con il patrocinio dell’UNESCO, questa comunità internazionale di circa tremila persone ha costruito un sistema economico interno dove il denaro esiste ma è relegato ai rapporti con l’esterno.
All’interno, gli scambi si basano su un’economia post-monetaria basata sul dono e su sistemi di credito cooperativo: i residenti lavorano per la comunità e ricevono ciò di cui hanno bisogno attraverso negozi comuni e servizi condivisi.
Non è utopia: è organizzazione, richiede una scelta consapevole, trasparenza nei bisogni, e una fiducia costruita giorno per giorno.
Sul fronte teorico, il Venus Project di Jacque Fresco ha immaginato per decenni un’economia basata sulle risorse anziché sul denaro: un sistema dove tecnologia e automazione permetterebbero di distribuire beni e servizi in base ai bisogni reali, eliminando la scarsità artificiale creata dai meccanismi di mercato.
Fresco, ingegnere visionario scomparso nel 2017, sosteneva che la moneta fosse diventata un ostacolo all’abbondanza, non uno strumento di distribuzione equa.
Questi esperimenti – alcuni riusciti, altri utopici, tutti imperfetti – ci dicono una cosa: la moneta non è l’unico linguaggio possibile per coordinare gli esseri umani.
Ma ci dicono anche un’altra cosa, forse più importante: che ogni alternativa richiede un livello di fiducia, trasparenza e responsabilità collettiva che le società complesse faticano a sostenere.
Il problema, insomma, non è tecnico, è umano.

Fiducia, reputazione, tecnologia
Se la moneta perde il suo ruolo di misura, chi o cosa garantisce il valore di uno scambio? In un’economia post-monetaria, la fiducia potrebbe spostarsi dal sistema finanziario agli strumenti tecnologici: blockchain, token reputazionali, smart contract.
La blockchain, spesso evocata come soluzione decentralizzata, non elimina il problema della fiducia: lo sposta.
Trasforma la fede nel sistema bancario in fiducia nel codice e nei nodi della rete, ma anche il codice, per quanto perfetto, è scritto da esseri umani, con tutte le loro intenzioni e i loro limiti.
È come affidare la chiave di casa a un lucchetto “perfetto”, senza chiedersi chi ha forgiato la serratura.
Qualche giorno fa parlavo di bitcoin e di blockchain con un collega e mi ha chiesto: “Ma senza moneta, chi paga poi l’avvocato?”, lì per lì l’ho liquidata come battuta ma in realtà quella domanda conteneva tutto il problema: non riusciamo più ad immaginare valore senza prezzo.
Il diritto, allora, si trova davanti a una nuova sfida: garantire la certezza e la giustizia di rapporti che non hanno più come unità di misura la moneta, ma la reputazione, la cooperazione, o persino la trasparenza dei comportamenti.
In questo scenario, le norme non possono più limitarsi a regolare flussi di denaro: devono comprendere e disciplinare i nuovi linguaggi della fiducia.
In pratica il criterio di determinazione del valore si trasforma.
Il valore oltre il prezzo
Una società senza moneta non sarebbe priva di scambi, ma di equivalenze predefinite.
Il valore tornerebbe a essere qualitativo, contestuale, umano.
Un gesto, un servizio, un’idea non sarebbero più ridotti a un prezzo, ma valutati in base al contributo reale che portano alla comunità.
Questo non significa rinunciare al diritto, al contrario: significa chiedergli di più.
Non solo tutelare la proprietà, ma custodire la relazione, non solo sanzionare l’inadempimento, ma riconoscere il contributo, non solo misurare il danno, ma restituire dignità a chi l’ha subito.
Il diritto civile, nato per regolare i rapporti tra persone libere e uguali, può evolversi in un diritto della reciprocità: un ordinamento che non tutela soltanto la proprietà, ma anche la relazione.

Una questione di fiducia interiore
Così come nel diritto la fiducia tiene insieme gli scambi, nella vita tiene insieme le persone, creando il ponte tra la dimensione sociale e quella interiore.
Ogni epoca ha avuto la propria forma di moneta, perché ogni epoca ha dovuto misurare la fiducia.
Oggi non è detto che la prossima misura debba essere materiale o digitale: potrebbe essere valoriale, potrebbe fondarsi sulla responsabilità, sulla reputazione, sulla coerenza delle azioni.
Ma perché ciò accada serve un passaggio interiore, non basta cambiare tecnologia, occorre cambiare mentalità. La moneta, in fondo, non è che un riflesso delle nostre relazioni.
Se non impariamo a dare valore senza ridurre tutto a una transazione, nessuna innovazione potrà creare una società più libera.
Forse il primo ostacolo non è tecnico, non è nemmeno giuridico, è mentale: l’idea che il sistema attuale sia l’unico possibile, che nulla possa davvero cambiare.
Ma ogni sistema, anche quello monetario, è nato un giorno dalla scelta di fidarsi e ciò che è stato scelto una volta può essere scelto di nuovo, in modo diverso, più consapevole.
La domanda non è se una società senza moneta sia possibile, è se siamo disposti a costruire la fiducia che la renderebbe tale.
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Autore: Avv. Stefano Nardini
Avvocato, esperto in diritto delle nuove tecnologie, privacy e sicurezza informatica. Opera da oltre 20 anni nella consulenza per imprese, professionisti ed enti pubblici su GDPR, compliance e innovazione digitale. Data Protection Officer e Privacy Officer certificato.
Si occupa inoltre di diritto civile e penale, con esperienza in contenzioso, contrattualistica, responsabilità civile, reati connessi all’ambito digitale (cybercrime, trattamento illecito dei dati) e difesa penale tradizionale.
Lavora sul fronte della prevenzione e della gestione pratica dei rischi, unendo competenza tecnica e attenzione ai principi di giustizia ed etica.
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L’autore ha impiegato strumenti di intelligenza artificiale come supporto redazionale, curando personalmente la selezione, l’organizzazione e la verifica rigorosa dei contenuti.
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