Blockchain spiegata bene: né salvezza né minaccia, solo uno strumento
Quando senti parlare di blockchain, probabilmente ti viene in mente qualcosa di complicato, legato alle criptovalute, e vagamente inquietante oppure, al contrario, ti hanno raccontato che risolverà tutti i problemi di trasparenza e fiducia della società moderna.
Entrambe le visioni sono sbagliate.
La blockchain non è né un mostro tecnologico incomprensibile, né la soluzione a tutto, è semplicemente un modo particolare di tenere un registro, un elenco di informazioni, che ha alcune caratteristiche utili in certi contesti specifici.
Nel video qui sotto ho affrontato il tema con un taglio più tecnico e critico, smontando alcuni miti che circolano da anni.
In questo articolo voglio fare una cosa diversa: togliere la complessità, eliminare le illusioni, e spiegarti cos’è davvero in modo che tu possa capirla senza timori e senza aspettative irrealistiche.
Partiamo da un’immagine semplice
Pensa a un quaderno che tutti hanno in copia, uno scrive, tutti vedono. Uno prova a strappare una pagina, tutti se ne accorgono, ecco, la blockchain funziona così.
Non c’è magia, non c’è intelligenza artificiale che “capisce” se qualcosa è vero o falso, c’è solo un meccanismo che rende molto complicato riscrivere il passato una volta che è stato registrato.
BLOCKCHAIN IN TRE CONCETTI
– Un registro che più persone vedono contemporaneamente
– Molto difficile da modificare dopo che qualcosa è stato scritto
– Non garantisce che ciò che è scritto sia vero, solo che è difficile cambiarlo dopo
Tutto qui: un registro dove è difficile riscrivere il passato una volta che qualcuno l’ha visto.
Semplice, no?
La promessa che non può mantenere: eliminare la fiducia
Uno degli slogan più diffusi è: “Con la blockchain non devi più fidarti di nessuno”, suona bene, vero?
Il problema è che non è vero.
La fiducia non sparisce, cambia semplicemente posto.
Prendiamo una filiera alimentare, vuoi essere sicuro che quella bottiglia di olio d’oliva sia davvero extravergine della Toscana.
Qualcuno ti propone un sistema blockchain: ogni passaggio, dal produttore al trasportatore al negozio, viene registrato: immutabile, verificabile, trasparente.
Bellissimo sulla carta, ma c’è un problema fondamentale: chi ha scritto nel registro che quell’olio è extravergine toscano?
Il produttore, e se ha mentito fin dall’inizio la blockchain conserva quella menzogna in modo perfetto, immutabile, verificabile. Il registro è intatto ma l’informazione è falsa.
Progetti di tracciabilità presentati come “prova definitiva”, con quali controlli?
Nessuno e la blockchain conserva benissimo quello che il produttore ha dichiarato: il falso.
Quindi non hai eliminato la fiducia, l’hai semplicemente spostata: dal negoziante al produttore, dal sistema tradizionale a chi programma il software.
Hai cambiato interlocutore, non problema.
LA DISTINZIONE FONDAMENTALE
La blockchain può garantire che un documento
esisteva in una certa data e che non è stato
modificato dopo.
Non può garantire che quel documento dicesse
la verità fin dall’inizio.
Dove va davvero la fiducia
Quando usi un sistema blockchain, ti stai fidando di qualcuno, sempre.
Ti fidi di chi ha scritto il software che fa funzionare il sistema.
Ti fidi di chi inserisce i dati, perché la blockchain non “vede” il mondo reale da sola, qualcuno deve dirle cosa è successo.
Ti fidi di chi decide le regole di funzionamento e può aggiornarle.
Ti fidi di chi gestisce l’infrastruttura tecnica su cui tutto si appoggia e ti fidi di chi custodisce le chiavi di accesso, perché senza quelle chiavi non accedi a nulla.
Tutte queste sono persone con le loro competenze, i loro interessi, i loro possibili errori.
La tecnologia non elimina questo strato umano, lo maschera.
In pratica, hai tolto un intermediario che conoscevi, magari una banca con sportello e responsabile, e l’hai sostituito con intermediari che spesso non sai nemmeno chi siano.
Cosa sa fare bene (e quando serve davvero)
Ora, non fraintendermi: la blockchain non è inutile, sa fare alcune cose molto bene, il punto è capire quali, per non aspettarsi miracoli dove non possono esserci.
1. Dimostrare che qualcosa esisteva in una certa data
Hai scritto un documento, una perizia, un progetto, somani qualcuno potrebbe dire “l’hai scritto dopo, quando ormai sapevi come sarebbe andata”.
Con la blockchain puoi registrare un’impronta matematica di quel documento (non il documento stesso, solo la sua “firma” digitale), se domani qualcuno contesta, tu mostri il documento originale e dimostri che la sua impronta corrisponde a quella registrata mesi prima.
Non provi che il documento sia vero, provi che esisteva già allora, in quella forma esatta.
2. Creare un registro condiviso tra soggetti che non si fidano completamente
Tre aziende devono tracciare una fornitura, nessuna vuole che le altre possano modificare i dati di nascosto.
Con un registro condiviso su blockchain, tutti vedono la stessa storia, nessuno può dire “io ho scritto questo” se gli altri hanno visto altro.
Attenzione però: qualcuno deve comunque inserire “il pacco è arrivato integro” o “il pacco era danneggiato” e se chi inserisce il dato mente o sbaglia, il problema resta.
3. Rendere costoso modificare il passato
In molte architetture blockchain, cambiare ciò che è stato registrato richiede un livello di coordinamento o di potenza di calcolo molto alto, questo scoraggia manomissioni.
Ma scoraggiare non significa impedire e, soprattutto, se il dato inserito all’inizio era sbagliato, rendere difficile modificarlo significa cristallizzare un errore.
Cosa non sa fare (ed è qui che nascono le illusioni)
Non verifica la verità
La blockchain può certificare che un’informazione è stata registrata e non è stata cambiata, non può dirti se quell’informazione era vera fin dall’inizio.
Se registro“Mario ha pagato 10.000 euro” ma Mario non ha pagato nulla, la blockchain conserva “10.000 euro” in modo perfetto. Sbagliato, ma perfetto.
Non sostituisce interpretazione e giustizia
Gli “smart contracts”, i contratti automatici, funzionano con regole secche: “se succede questo, fai quello”, niente sfumature, niente interpretazione.
Quando le cose sono semplici, sono comodi, quando le cose si complicano, è un problema.
La vita è complessa, ci sono malintesi, imprevisti, errori, clausole che vanno interpretate.
Un programma esegue, non interpreta, non bilancia, non corregge.
E quando nasce un conflitto, la domanda resta sempre la stessa: chi risponde? La blockchain ha eseguito il suo compito ma se il risultato è ingiusto o dannoso, dove trovi tutela?
IL LIMITE PRATICO
Un programma può trasferire automaticamente denaro
se una condizione si verifica.
Non può capire se quella condizione rappresentava
davvero l’intenzione delle parti, se c’era un errore,
se qualcuno è stato ingannato.
Per questo servono ancora il diritto e le istituzioni.
Non elimina intermediari (li trasforma)
La blockchain promette di eliminare intermediari come banche o notai ma nella pratica, crea nuovi intermediari: chi sviluppa il software, chi gestisce i nodi, chi fornisce le interfacce, chi custodisce le chiavi.
Sono intermediari diversi, ma sono comunque intermediari, e spesso hanno meno obblighi legali e meno responsabilità di quelli tradizionali.
Come riconoscere quando qualcuno te la sta vendendo male
Ecco alcuni segnali che dovrebbero farti dubitare:
“Con la blockchain non serve più fidarsi di nessuno”
Falso: la fiducia si sposta, non sparisce.
“Risolve tutti i problemi di trasparenza”
Falso: rende trasparente il registro, non la qualità dei dati inseriti.
“È immutabile quindi è sicuro”
Parzialmente vero: è difficile da modificare dopo, ma questo non impedisce che entri un dato sbagliato.
“Elimina gli intermediari”
Parzialmente vero: li trasforma, e spesso i nuovi intermediari hanno meno responsabilità dei vecchi.
La domanda che dovresti sempre fare
Quando qualcuno ti propone una soluzione basata su blockchain, chiediti (o chiedi direttamente):
“Perché un normale database ben progettato, con buoni controlli e verifiche, non basterebbe?”
Se la risposta è vaga o se si riduce a “perché la blockchain è innovativa”, probabilmente non c’è una vera necessità tecnica, si sta usando una parola di moda per impressionare.
Se invece la risposta è: “Perché abbiamo bisogno che più soggetti vedano la stessa storia senza dipendere da un’autorità centrale di cui tutti devono fidarsi ciecamente”, allora forse ha senso.
Ma anche in quel caso, devi chiederti: chi inserisce i dati? Chi gestisce il sistema? Cosa succede se qualcosa va storto? Chi risponde?
Un caso concreto: i notai
Più di una volta mi hanno chiesto: ma con la blockchain i notai serviranno ancora? La risposta breve è sì.
Quella lunga è più interessante.
L’idea circola spesso: il notaio certifica data, autenticità, identità, la blockchain può fare tutto questo, no?
No, o meglio, può fare una parte, ma non il resto.
Un notaio non si limita a registrare “il signor Rossi ha venduto la casa al signor Bianchi”, verifica l’identità, accerta la capacità di intendere e volere, controlla che il consenso sia libero, qualifica l’atto secondo le norme di legge, assume una responsabilità professionale e patrimoniale.
La blockchain può registrare che una transazione è avvenuta, non può verificare identità fisiche, capacità mentale, libertà del consenso; non può qualificare giuridicamente un atto; non può assumersi responsabilità.
Quindi il notaio non sparisce, semmai può usare la blockchain come strumento complementare per rafforzare la prova di integrità temporale di certi documenti, ma il ruolo resta.
E l’ironia è proprio questa: la blockchain nasce con l’idea di eliminare intermediari fidati ma dove entra davvero in pratica, finisce per rafforzarli o affiancarne di nuovi.
Uno strumento, non una religione
La blockchain è uno strumento come tanti, puoi usarla bene, puoi usarla male, puoi usarla dove non serve.
Il problema non è mai la tecnologia in sé: è cosa ci aspetti da lei.
Aspettarsi che risolva problemi che riguardano fiducia, verità, giustizia, responsabilità, aspettarsi che un registro, per quanto robusto, sostituisca istituzioni, norme, controlli umani, è un errore.
Non serve averne paura ma nemmeno credere che sia la soluzione a tutto.
Nel video sono entrato nei dettagli tecnici e giuridici, con un taglio più critico, qui volevo cercare di togliere solo un po’ di confusione: niente paura della complessità, ma nemmeno illusioni su soluzioni miracolose.
La blockchain è uno strumento, sta a noi usarla dove serve davvero.
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Autore: Avv. Stefano Nardini
Avvocato, esperto in diritto delle nuove tecnologie, privacy e sicurezza informatica. Opera da oltre 20 anni nella consulenza per imprese, professionisti ed enti pubblici su GDPR, compliance e innovazione digitale. Data Protection Officer e Privacy Officer certificato.
Si occupa inoltre di diritto civile e penale, con esperienza in contenzioso, contrattualistica, responsabilità civile, reati connessi all’ambito digitale (cybercrime, trattamento illecito dei dati) e difesa penale tradizionale.
Lavora sul fronte della prevenzione e della gestione pratica dei rischi, unendo competenza tecnica e attenzione ai principi di giustizia ed etica.
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L’autore ha impiegato strumenti di intelligenza artificiale come supporto redazionale, curando personalmente la selezione, l’organizzazione e la verifica rigorosa dei contenuti.
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