Open source e privacy: come scegliere davvero in modo consapevole
Quante volte ci fidiamo di un’app solo perché “è famosa” o “tutti la usano”?
La domanda da porsi oggi è un’altra: posso capire cosa fa davvero con i miei dati?
L’open source nasce da qui: rendere il codice leggibile e, quindi, verificabile.
Ma attenzione: “codice aperto” non equivale automaticamente a privacy.
Servono regole, metodi e scelte consapevoli.
Se preferisci un’introduzione veloce o vuoi ascoltare un commento diretto, guarda questo video pubblicato sul mio canale YouTube:
In questo articolo andiamo oltre il video: spieghiamo le licenze in modo pratico (MIT vs GPL), le differenze tra software libero e codice aperto, cos’è davvero una supply chain software e quali strumenti aiutano a proteggere i dati, anche nel rispetto del GDPR.
Aprire il codice non basta (e perché aiuta)
Open source significa che il codice sorgente è pubblico: chiunque può leggerlo, studiarlo, proporre miglioramenti.
Questo abilita controlli indipendenti e correzioni più rapide degli errori.
Ma da solo non garantisce che quel codice sia sicuro, aggiornato o effettivamente usato nel programma che scarichiamo.
Tre aspetti da capire bene:
- Auditabilità: significa poter controllare cosa fa un programma, anche nei suoi comportamenti nascosti (ad esempio la raccolta di dati).
- Riproducibilità: se ricompilo il programma dal codice originale, ottengo esattamente lo stesso risultato. Questo permette di controllare che il file installato corrisponda davvero al codice pubblicato.
- Manutenzione: un progetto open source è utile solo se qualcuno lo aggiorna. Un codice abbandonato può diventare pericoloso.
Attenzione alle etichette ambigue:
- Open‑core: il programma ha una parte libera e una parte a pagamento e chiusa.
- Source‑available: il codice è visibile, ma non sempre puoi modificarlo o riutilizzarlo.
Licenze, in pratica: MIT vs GPL (e cosa significa “linking”)
Le licenze open source stabiliscono cosa puoi fare con il codice.
- MIT è molto permissiva: puoi usare il codice, modificarlo, rivenderlo, anche dentro software chiusi. Devi solo citare l’autore e includere la licenza originale.
- GPL è più rigida: se usi del codice GPL dentro un tuo programma, e poi lo distribuisci, devi rendere pubblico anche il tuo codice con la stessa licenza. L’obiettivo è mantenere aperta tutta la filiera.
Quando scatta questo obbligo?
Solo quando distribuisci il software a terzi. Se lo usi internamente nella tua azienda, non sei tenuto a pubblicare nulla.
E il “linking”?
È come collegare un modulo GPL a un tuo programma.
In certi casi può essere considerato un’unione stretta e scatta l’obbligo di GPL anche per il tuo codice.
Se vuoi evitare problemi, usa librerie con licenze più permissive (MIT, BSD, Apache) oppure chiedi una doppia licenza.
Nota utile: esistono anche licenze “ibride” come la AGPL, che richiedono di rendere pubblico il codice anche quando l’app viene usata solo tramite internet.

Open source e privacy: cosa guardare davvero
La privacy si difende con azioni concrete. L’open source può aiutare, se fai attenzione a queste cose:
- Raccolta dati: scegli programmi che raccolgono solo le informazioni strettamente necessarie. Meglio se ti chiedono il consenso.
- Permessi: verifica che l’app non richieda più accessi di quanti ne servano. Il codice aperto permette di controllare se è coerente con quello che promette.
- Crittografia: preferisci strumenti che cifrano i dati e documentano bene come lo fanno.
- Firma digitale e versioni verificabili: i file devono essere autentici e provenire da fonti sicure. Alcuni progetti permettono di verificarlo facilmente.
- Autonomia: quando puoi, valuta la possibilità di installare i servizi in casa (self-hosting). Ma attenzione: in quel caso la responsabilità è tutta tua!
Collegamento al GDPR:
- Scegliere software trasparente ti aiuta a dimostrare il rispetto del principio di privacy by design.
- Devi garantire sicurezza e controllo dei dati: l’open source può offrire strumenti più controllabili.
- Se gestisci dati sensibili, potrebbe essere necessario documentare le scelte e fare una valutazione d’impatto (DPIA).
Supply chain software: perché una libreria può mandarti in crisi
Il concetto di “software supply chain” si riferisce a tutto l’insieme di librerie, strumenti e componenti software che un programma utilizza per funzionare.
Ogni elemento esterno, anche una semplice libreria open source, rappresenta un possibile punto di vulnerabilità.
Il problema nasce quando questi elementi non sono controllati direttamente da chi sviluppa l’applicazione finale.
Due episodi famosi hanno mostrato i rischi nascosti nelle dipendenze:
- Heartbleed (2014): un errore nella libreria OpenSSL ha permesso per mesi di leggere dati sensibili da server web.
- Log4Shell (2021): una falla in una libreria di log ha esposto migliaia di sistemi a rischi di attacchi informatici.
Cosa fare, in pratica:
1) Inventario delle dipendenze (SBoM)
- Fai un elenco aggiornato di tutti i componenti software che usi, anche quelli “invisibili”.
- Usa strumenti che lo generano automaticamente (es. Trivy, Syft, npm, pip, ecc.).
- Conserva questo elenco insieme al tuo software: se esce una falla, saprai se sei a rischio.
2) Monitora i CVE (le vulnerabilità note)
- Iscriviti agli avvisi di sicurezza dei programmi che usi.
- Attiva sistemi automatici che ti segnalano le vulnerabilità più gravi.
- Impara a leggere i punteggi di rischio (CVSS) e a valutare se la falla ti riguarda davvero.
3) Applica patch e cambia chiavi se serve
- Quando arriva una correzione (patch), applicala al più presto.
- Se c’è il sospetto che le chiavi o le password siano state compromesse, cambiale subito.
- Dopo ogni intervento, controlla i registri e documenta l’azione svolta.
4) Proteggi a più livelli
- Isola i componenti critici (sandbox), limita l’accesso a internet.
- Firma i file e scarica solo da fonti ufficiali.
- Blocca gli aggiornamenti automatici non controllati.
- Evita truffe da pacchetti con nomi simili (typosquatting): installa solo ciò che conosci.
Cosa sono i CVE (spiegato semplice):
Un CVE è un codice identificativo per una falla di sicurezza nota. Serve per sapere se un problema è già stato scoperto e segnalato. Se un programma che usi ha un CVE “aperto”, significa che potrebbe essere vulnerabile. Controlla se esiste una correzione e applicala. Nel dubbio, chiedi supporto.

Checklist operativa
Per tutti:
- Usa app con codice aperto e facilmente verificabile.
- Controlla permessi e raccolta dati.
- Tieni aggiornati tutti i dispositivi e programmi.
Per aziende e professionisti:
- Tieni aggiornato un elenco di tutti i componenti software usati.
- Prevedi una procedura per gestire gli aggiornamenti critici.
- Scegli licenze compatibili con il tuo modello di business.
- Se gestisci server interni, assicurati che ci siano backup, registri di sicurezza e un piano per reagire agli incidenti.
L’open source è una scelta di consapevolezza. Permette di capire, controllare e correggere.
Ma da sola non basta: serve attenzione, manutenzione e voglia di fare scelte responsabili.
La privacy non è solo una questione di leggi: è una buona abitudine quotidiana. Come quando scegli un cibo leggendo l’etichetta. Con il software funziona allo stesso modo: leggi, confronta, verifica.
E come sempre, la vera innovazione parte da dentro: dalla volontà di capire quello che usiamo ogni giorno.
FAQ
Open source significa gratuito?
Non necessariamente. Open source significa che il codice è visibile e riutilizzabile secondo una licenza, ma nulla vieta di vendere il software o i servizi legati ad esso.
Usare software open source mi protegge automaticamente da problemi di privacy?
No. Il codice aperto è ispezionabile, ma bisogna anche verificare se viene controllato, aggiornato e compilato correttamente. Serve attenzione.
Se uso una libreria GPL, devo pubblicare tutto il mio codice?
Solo se distribuisci un programma che integra quella libreria. Se lo usi internamente, no. Ma il concetto di “linking” è complesso: in caso di dubbio, meglio usare licenze più permissive o chiedere consiglio.
Cos’è una SBoM?
La “Software Bill of Materials” è un elenco dettagliato di tutte le librerie e componenti software usati in un progetto. Serve a sapere cosa usi, in che versione, e se contiene vulnerabilità note.
Cosa sono i CVE?
Sono codici che identificano falle di sicurezza pubblicamente conosciute. Se un software che usi ha un CVE attivo, significa che ha un problema noto da risolvere.
Cos’è il “typosquatting” nei pacchetti software?
È una truffa in cui un hacker carica un pacchetto con un nome quasi uguale a uno famoso (es. “requetss” invece di “requests”), sperando che qualcuno lo installi per errore.
Cos’è il self-hosting e perché è rischioso?
Significa installare un servizio (es. email, note, chat) su un proprio server. Hai più controllo, ma anche più responsabilità: sicurezza, aggiornamenti e backup dipendono da te.
Posso usare software open source in azienda senza problemi legali?
Sì, ma è fondamentale leggere la licenza. Alcune richiedono che, in caso di distribuzione, anche il tuo codice venga reso pubblico. Altre no. Serve consapevolezza.
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Autore: Avv. Stefano Nardini
Avvocato, esperto in diritto delle nuove tecnologie, privacy e sicurezza informatica. Opera da oltre 20 anni nella consulenza per imprese, professionisti ed enti pubblici su GDPR, compliance e innovazione digitale. Data Protection Officer e Privacy Officer certificato.
Si occupa inoltre di diritto civile e penale, con esperienza in contenzioso, contrattualistica, responsabilità civile, reati connessi all’ambito digitale (cybercrime, trattamento illecito dei dati) e difesa penale tradizionale.
Lavora sul fronte della prevenzione e della gestione pratica dei rischi, unendo competenza tecnica e attenzione ai principi di giustizia ed etica.
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L’autore ha impiegato strumenti di intelligenza artificiale come supporto redazionale, curando personalmente la selezione, l’organizzazione e la verifica rigorosa dei contenuti.
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