Anthropic, comprare e distruggere libri è legale, scaricarli no
Nel 2024 Anthropic avviava l’acquisto su larga scala di milioni di libri di seconda mano, ne faceva staccare la costa, scansionare le pagine ad alta velocità e infine avviare allo smaltimento gli originali una volta completata la digitalizzazione.
Dai documenti interni successivamente resi pubblici emerge che l’operazione aveva un nome, Project Panama, e un’istruzione altrettanto esplicita, quella di non farlo sapere in giro.
Quando la circostanza è finita in un fascicolo giudiziario e poi sui titoli dei giornali, la reazione istintiva è stata quella prevedibile, la stessa che chiunque avrebbe avuto davanti a un magazzino di libri sventrati per nutrire un modello linguistico. Distruggere fisicamente un’opera per farne materia prima di un’intelligenza artificiale sembra il crimine.
Non lo è, secondo il giudice che ha istruito la causa, e la parte che quasi nessun articolo italiano ha reso con la dovuta chiarezza è proprio questa.
L’atto che sembra il più brutale, comprare un libro e distruggerlo dopo averlo scansionato, è quello per cui il giudice ha riconosciuto l’uso legittimo.
Lo ha fatto per giudizio sommario, la procedura con cui un giudice americano decide alcuni punti della causa senza attendere il processo vero e proprio, quando i fatti rilevanti non sono controversi tra le parti, e lo ha fatto in termini molto netti.
L’esposizione economica vera, quella che si sarebbe poi tradotta in un accordo da 1,5 miliardi di dollari, nasce da un’altra direzione, più silenziosa e meno fotogenica, i milioni di file scaricati da biblioteche pirata online, mai pagati, mai comprati, semplicemente prelevati da Internet e conservati.
Due percorsi, due destini giudiziari
La causa, Bartz et al. v. Anthropic PBC (N.D. Cal., n. 3:24-cv-05417), nasce dalla scoperta che Anthropic aveva costruito la propria biblioteca centrale in due fasi distinte e non parallele come si potrebbe pensare.
Tra l’inizio del 2021 e il luglio 2022 un cofondatore dell’azienda acquisì prima Books3, una raccolta di 196.640 libri, poi almeno cinque milioni di file da Library Genesis, nel giugno 2021, e altri due milioni da Pirate Library Mirror, nel luglio 2022, conservandoli intatti in quella che i documenti interni definivano semplicemente la biblioteca centrale.
Solo nel febbraio 2024, quando secondo gli stessi atti di causa Anthropic era diventata restia a proseguire su quella strada per ragioni legali, l’azienda assunse l’ex responsabile delle partnership del progetto Google Books per impostare un canale alternativo, l’acquisto legittimo di copie fisiche, spesso di seconda mano, digitalizzate e poi distrutte una volta completata la scansione.
Il giudice William Alsup, nell’ordinanza del giugno 2025 che ha impostato l’intero seguito della vicenda, ha trattato le due fasi in modo radicalmente diverso ed è in questa distinzione, più che nella successione temporale, che si gioca la partita concettuale dell’intero caso.
Il cambio di formato coperto dall’uso legittimo
Sul primo fronte, quello dei libri comprati e distrutti, il Giudice Alsup ha scritto che il passaggio dalla copia stampata a quella digitale costituisce un cambio di formato che integra un uso trasformativo, il criterio con cui il diritto statunitense valuta il primo dei quattro fattori che definiscono l’uso legittimo, la dottrina (fair use) che consente, a certe condizioni, di riprodurre un’opera protetta senza il consenso dell’autore.
Il ragionamento tiene perché il numero di copie esistenti nel mondo non è mai aumentato, avendo Anthropic comprato un esemplare, ricavato un file e infine eliminato la carta.
La scansione non si aggiunge all’originale, lo sostituisce ed è questa sostituzione a rendere lecita l’operazione secondo la logica del cambio di formato già riconosciuta dai tribunali americani.
Il precedente richiamato esplicitamente nell’ordinanza è Authors Guild v. Google, la causa che negli anni duemiladieci aveva salvato Google Books dall’accusa di violazione sistematica del diritto d’autore, riconoscendo che digitalizzare per finalità di ricerca e analisi testuale fosse un uso trasformativo distinto dalla lettura sostitutiva dell’opera.
La differenza tecnica tra i due casi non è comunque trascurabile.
Google scansionava libri presi in prestito dalle biblioteche partner con un processo non distruttivo e li restituiva intatti, mentre Anthropic, pur avendo assunto proprio dal progetto Google Books la persona incaricata di impostare l’operazione, acquistava ed eliminava fisicamente ogni copia su scala industriale.
Il giudice ha ritenuto che questa differenza non incidesse sul giudizio di liceità, individuando come decisivi il risparmio di spazio fisico e la possibilità di effettuare ricerche nei testi digitalizzati, entrambi estranei al contenuto creativo dell’opera in sé.
Separatamente, il giudice ha considerato uso legittimo anche le ulteriori copie impiegate per addestrare specifici modelli linguistici sui testi digitalizzati.
Questa conclusione non sanava però il modo in cui le copie originarie erano state acquisite, né giustificava la loro conservazione nella biblioteca generale, un punto su cui l’ordinanza torna più volte proprio per evitare che i due profili venissero confusi.
Dove la difesa di Anthropic non ha retto
Se l’addestramento in quanto tale è stato giudicato lecito, la sorte dei milioni di file piratati non ha seguito lo stesso binario.
Il giudice Alsup ha negato ad Anthropic il giudizio sommario a proprio favore su questo punto, scrivendo che creare e mantenere una biblioteca permanente e di uso generale a partire da copie ottenute illecitamente non costituisce di per sé un uso legittimo e che tutti i fattori rilevanti deponevano contro l’azienda.
Non si è trattato però di una condanna definitiva, dal momento che gli autori non avevano a loro volta chiesto un giudizio sommario a proprio favore e che la responsabilità precisa, la volontarietà della violazione e l’ammontare dei danni restavano questioni da accertare nel merito.
La distinzione è comunque sottile ma decisiva, non è l’addestramento a essere rimasto esposto, è la scelta di scaricare e trattenere materiale piratato invece di acquistarlo, comportamento che l’ordinanza descrive come motivato dalla convenienza economica dell’azienda piuttosto che da un’esigenza tecnica.
Quella porzione della causa era diretta verso un processo fissato per dicembre 2025.
In caso di riconoscimento della violazione volontaria, l’applicazione dei danni forfettari previsti dal Copyright Act, fino a 150.000 dollari per opera, avrebbe potuto determinare un’esposizione economica enormemente superiore all’accordo poi raggiunto.
In questo scenario di rischio matura, nell’agosto 2025, la proposta di accordo transattivo da 1,5 miliardi di dollari, approvata in via preliminare da Alsup il 25 settembre dello stesso anno.
L’approvazione definitiva arriva soltanto il 20 luglio 2026, l’udienza conclusiva del 14 maggio aveva infatti visto la corte, nel frattempo affidata alla giudice Araceli Martínez-Olguín subentrata al pensionamento di Alsup, riservarsi la decisione e richiedere memorie integrative sulle obiezioni pervenute da una minoranza di autori, che lamentavano un risarcimento insufficiente o parcelle legali eccessive.
Il prezzo della pirateria
Il fondo transattivo copre le opere acquisite da Library Genesis e Pirate Library Mirror, le due fonti su cui si è formalmente costituita la classe certificata, non l’attività di digitalizzazione dei libri acquistati legittimamente, che è coperta dal giudizio di liceità già ottenuto in sede di giudizio sommario.
Al 16 aprile 2026 risultavano presentate rivendicazioni per 440.490 delle 482.460 opere comprese nell’elenco certificato, pari al 91,3 per cento.
La base contrattuale dell’accordo prevede circa 3.000 dollari per opera avente diritto, cifra che andrà poi divisa tra i titolari.
Per i libri commerciali e universitari la quota si divide di norma a metà tra autore ed editore, mentre per le opere didattiche non esiste una ripartizione predefinita e le quote vanno ricostruite sulla base dei rapporti contrattuali e delle indicazioni fornite dai diversi titolari.
Gli avvocati della classe attorea avevano chiesto inizialmente il 20 per cento del fondo, 300 milioni di dollari, atitolo di spese legali, riducendo poi la richiesta al 12,5 per cento, 187,5 milioni, nella memoria conclusiva.
La corte ne ha liquidati circa 101,5 milioni, a questi si aggiungono circa 2,6 milioni di spese vive già sostenute e altri 18,2 milioni previsti per l’amministrazione del fondo.
Come condizione dell’accordo, Anthropic si è impegnata a distruggere i file piratati ancora in proprio possesso, fatti salvi gli eventuali obblighi di conservazione imposti dalla legge o dal tribunale.
Una decisione importante, ma non vincolante
La decisione sull’uso legittimo resta una pronuncia di un tribunale distrettuale.
Può orientare altre corti, ed è già stata citata, ma non costituisce un precedente vincolante per gli altri tribunali federali, indipendentemente da come si sia concluso il resto della causa.
La transazione ha però impedito che quel ragionamento venisse sottoposto a un ordinario giudizio d’appello nel merito, cosa che ne avrebbe eventualmente rafforzato o ridimensionato la portata.
Le decine di cause analoghe pendenti contro Google, Meta, OpenAI e Midjourney restano libere di raggiungere conclusioni diverse, trattandosi di opere, allegazioni e situazioni processuali non sovrapponibili a questa.
Dopo l’approvazione definitiva risultano depositate al Nono circuito alcune impugnazioni, tutte incentrate sulla ripartizione dei compensi legali o sull’ampiezza della platea dei beneficiari, non sul principio giuridico alla base dell’accordo.
Il diritto processuale statunitense tratta l’approvazione della transazione e la liquidazione dei compensi agli avvocati come due capi distinti della stessa decisione, anche se contenuti nello stesso provvedimento e consente di impugnarne uno solo lasciando l’altro definitivo ed è esattamente quello che è successo in questo caso.
Le impugnazioni dichiarano espressamente di riguardare solo la parte sui compensi, non l’approvazione dell’accordo né, tanto meno, il ragionamento sull’uso legittimo relativo ai libri acquistati e distrutti.
uest’ultimo resta quindi, sulla base di quanto verificabile, il punto fermo di questa storia giudiziaria.
In questa vicenda non bastava chiedersi come i libri fossero stati usati per l’addestramento, questione su cui il giudice Alsup ha riconosciuto l’uso legittimo senza troppe esitazioni.
Occorreva distinguere anche come erano stati acquisiti ed è su questo secondo terreno che la posizione di Anthropic è rimasta scoperta.
Comprare un libro e distruggerne l’esemplare materiale rientra nei poteri del proprietario, un diritto di disponibilità sul supporto che nessuno ha mai messo in discussione.
La sua digitalizzazione comporta invece una riproduzione dell’opera, che Alsup ha giudicato coperta da uso legittimo nelle precise condizioni accertate, sostituzione della copia cartacea, assenza di duplicazione permanente e mancata distribuzione del file, non per il solo fatto che il libro fosse di proprietà di chi lo scansionava.
Il successivo utilizzo trasformativo per l’addestramento non bastava invece a giustificare l’acquisizione e la conservazione delle copie pirata ed era questa la condotta rimasta esposta al processo.
Su questo, Anthropic non ha voluto giocarsela fino in fondo davanti a una giuria.
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Autore: Avv. Stefano Nardini
Avvocato, esperto in diritto delle nuove tecnologie, privacy e sicurezza informatica. Opera da oltre 20 anni nella consulenza per imprese, professionisti ed enti pubblici su GDPR, compliance e innovazione digitale. Data Protection Officer e Privacy Officer certificato.
Si occupa inoltre di diritto civile e penale, con esperienza in contenzioso, contrattualistica, responsabilità civile, reati connessi all’ambito digitale (cybercrime, trattamento illecito dei dati) e difesa penale tradizionale.
Lavora sul fronte della prevenzione e della gestione pratica dei rischi, unendo competenza tecnica e attenzione ai principi di giustizia ed etica.
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